La storia di Arianna

Ho 38 anni e da sempre ho a che fare con storie familiari di profonda solitudine. Quanta ammirazione avevo per tutte quelle donne della mia grande famiglia che con tanto coraggio avevano conquistato un posto nel mondo a prescindere da un marito e da un figlio. C’è un altro modo di esistere, pensavo, guardando alle loro vite, ed io voglio essere come loro! E così è andata.

La mia famiglia è di umilissime origini e scarsa cultura: deve essere stato un colpo aver saputo dai medici che mi avevano operato di ernia inguinale che in realtà si trattava di testicoli ritenuti nell’addome. Sono cose di cui non si deve parlare e che conviene rimuovere. Ancora oggi sono coerentemente fedeli a questa scelta fatta nel lontano 1973. Ma il loro modo di guardarmi, rimproverarmi e in generale di toccarmi era carico di qualcosa di misterioso, strano, estraniante e indicibile. Sono cresciuta con la sensazione di non essere come le mie amiche e quando il ciclo non arrivava e il mio corpo si rifiutava di cambiare queste sensazioni trovavano conferme reali. Un giorno improvvisamente all’altezza del pube due enormi bozzi spingevano come a voler uscire. “E’ un’altra volta questa benedetta ernia”, fu il commento dei miei genitori. Questa volta dobbiamo togliere tutto. Tutto cosa?

L’ho saputo a 23 anni quando, stufa dello stesso indifferente silenzio alle mie incessanti domande, mi sono recata da una ginecologa. Dopo una serie di esami mi ha convocata e ha cominciato ad intavolare un discorso sulla natura e la cultura… L’ho interrotta dicendole: “sono ‘in realtà’ un uomo?” Mi sono enormemente meravigliata della mia domanda ma per nulla della risposta: “il tuo corredo cromosomico è maschile”. Già lo sapevo, l’avevo sempre saputo. Quello che ignoravo era il senso di quell’espressione virgolettata “in realtà”.

È su questo che voglio ancora dire qualcosa risparmiando l’evoluzione dei rapporti con mio padre e mia madre che restano a tutt’oggi deludenti. Che cosa ha significato per la mia vita in questi ultimi dieci anni l’espressione “in realtà”? Ho cominciato a pensare che se ancora non mi ero innamorata di un uomo era perché “in realtà” non potevo vista la mia “natura”, che la mia infelicità e tutti i miei problemi dipendevano da quelle due piccolissime lettere, x e y, che stavano da qualche parte dentro di me, anzi nella parte più importante e tuttavia introvabile della mia “identità” e che mi facevano dubitare persino del mio nome: Arianna. Niente più specchi, niente più fotografie e niente più amici. Ho continuato per anni a cercare un nome per definirmi e un luogo in cui poter dire di essere a casa, in un mondo in cui l’umanità di ogni individuo passa in prima battuta per la famosa domanda: è maschio o femmina? Da qualsiasi parte mi ponevo sentivo che c’erano dei resti che mettevano in dubbio quella umanità facendomi sentire, come purtroppo ancor oggi si legge, uno scherzo della natura.

Sono passati anni da allora e l’incontro con tantissime altre ragazze con DSD (Disordini della Differenziazione Sessuale) mi ha fatto finalmente vedere le cose per come sono. Potrei concludere questa lettera dicendo che mi sento donna, eterosessuale, felice di aver vinto sulla natura… ma commetterei, dal lato opposto, l’errore commesso in passato. “In realtà” maschio, femmina, natura, cultura, identità, e pure quelle famose x e y, non sono nient’altro che concetti astratti e per nulla reali, nient’altro che nomi di cui abbiamo bisogno per sentirci sicure e accettate dalle altre persone, tutte diverse le une dalle altre e proprio per questo umane, noi comprese.

Ho finalmente scritto la mia storia solo perché l’ho da poco condivisa con un altro. Ho preso il coraggio a quattro mani e detto al mio migliore amico: ho l’AIS. Lo so, mi ha risposto, ho da tempo capito che tutti i discorsi sulla differenza, il femminile e l’identità nascono dall’esperienza e non dall’ideologia. E ha concluso: sei stata l’esperienza che più mi ha cambiato negli ultimi tre anni. Mi sono sentita a posto, o meglio ho trovato di colpo un posto e un senso e con questo il desiderio di raccontarlo.
Arianna